Associazione Sarda Trapianti
VITA NUOVA 
Alessandro Ricchi

NEWS

 

EPATITE C: 1,8 MILIONI DI INFETTI, MA SOLO UN QUINTO LO SA

MILANO – “Il tuo fegato non dimentica nulla”. E' la notizia/verità ridotta a slogan da EpaC Onlus, l' associazione di pazienti e medici impegnati nella lotta contro l'epatite C, per sostenere una grande campagna contro la malattia in occasione del 1° ottobre, giorno in cui cade appunto la Giornata Mondiale di sensibilizzazione sull'epatite virale.

Il fatto è - hanno sostenuto gli esperti questa mattina a Milano nel corso di un incontro con i giornalisti -che un contatto col virus C dell'epatite (HCV) avvenuto molti anni addietro e rimasto silente, può manifestarsi con sintomi lievi oppure dare inizio improvvisamente a una fase acuta. "Si calcola che in Italia - ha detto Massimo Colombo, direttore della Divisione di Gastroenterologia della Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico di Milano -siano 1,8 milioni le persone che hanno avuto un contatto col virus, ma di queste solo un quinto ne è coscio. In realtà, di quel milione e ottocento, un terzo è guarito spontaneamente, mentre i due terzi vanno incontro nel tempo a un quadro di cirrosi epatica".

A questo serve la campagna, denominata 'l'epatite c'é ': a far emergere il sommerso; cioè a far sì che chi, anche nel passato, è stato a rischio di contrarre il virus C, si faccia controllare con un semplice test (ed eventualmente con esami più approfonditi) e ottenga così, qualora risulti positivo, una 'diagnosi precoce', prima che la malattia comporti serie conseguenze al suo fegato, come la cirrosi, l' insufficienza epatica, fino al tumore. In Italia si stimano ogni anno oltre 10.000 decessi a causa delle complicanze dovute alla malattia. Ed è un dato significativo se confrontato, per esempio, ai circa 500 decessi causati dall'Aids (virus HIV).

Oggi la cura dell'infezione cronica da virus HCV, come ha spiegato Colombo, si basa R sull'interferone pegilato associato a ribavirina. Quest'ultimo farmaco, se da solo non U produce alcun cambiamento, è invece in grado di potenziare l'azione dell' interferone,

fino a ottenere la scomparsa del virus e la guarigione completa del paziente. Purtroppo

questo non vale per tutti i malati. L'efficacia della terapia dipende dal tipo genetico di virus: "I genotipi 1 e 4 -ha precisato Colombo -richiedono dosi elevate di ribavirina e 48 A settimane di cura, garantendo la guarigione completa nella metà dei casi. I genotipi 2 e

3 vengono curati con solo 24 settimane di farmaci, con maggiori probabilità di

guarigione (70-80%). Ma nel genotipo 1 -ha sottolineato l'esperto -la probabilità di guarire è maggiore nei pazienti con malattia più giovane e bassa carica virale. Per T questo è importante fare ogni sforzo per riconoscere precocemente l'infezione. E in P

questo possono essere di grande aiuto anche i medici di medicina generale nello scrutinio dei pazienti che per comportamento e storia familiare hanno più probabilità di A altri di avere un'infezione da HCV".

 

 

Chi sono dunque le categorie a rischio e come riconoscersi in esse?
A questa domanda Q vuole rispondere proprio la Campagna EpaC, che prevede l'attivazione del numero T verde 800.90.37.22 (dal 2 ottobre) al quale ogni cittadino potrà chiedere informazioni, dal punto di vista sia scientifico che legale; la distribuzione di opuscoli informativi a bordo dei treni nazionali e regionali; le informazioni contenute nel sito Internet www.epac.it; pianificazione pubblicitaria sulle pagine di quotidiani nazionali e locali. Nei messaggi si metterà l'accento sui maggiori fattori di rischio: l'aver usato, in passato, aghi e siringhe non monouso (si pensi alle siringhe di vetro usate fino agli anni Sessanta o allo scambio di siringhe fra tossicodipendenti), oppure aver subito trasfusioni di sangue prima del 1990 (quando ancora non era obbligatorio il controllo sulle sacche di sangue trasfuso). Anche gli interventi odontoiatrici e quelli invasivi in ospedale o negli ambulatori (qui dipende dal rispetto dei meccanismi di controllo sulla sterilità degli strumenti) possono fungere da vettori di infezione.

"Il rischio di trasmissione sessuale -ha precisato Carmen Vandelli (Università di Modena) - è molto piccolo, così come la trasmissione materno-natale. Non così invece la trasmissione dovuta alla moda del piercing e dei tatuaggi, perché vengono fatti in ambienti dove le garanzie di sterilizzazione non sono idonee. Qui bisogna essere molto chiari: o si introducono per legge gli sterilizzatori obbligatori, oppure tutte queste pratiche vanno assolutamente sconsigliate. Non ci si può accontentare di assicurazioni verbali".

 

Milano, 20 set. (Adnkronos Salute) - Un esercito di italiani infettati da un virus subdolo e pericoloso. L’epatite C infatti può restare silenziosa per anni, ma se non curata può comportare serie conseguenze per il fegato, dalla cirrosi all’insufficienza epatica, al tumore. “Si stima che siano circa 1.800.000 gli italiani infettati dal virus, di cui un terzo guarisce spontaneamente, mentre un milione circa ha una malattia cronica. Il problema è che moltissimi non lo sanno: solo un paziente su cinque, infatti, conosce la propria condizione. Per questo è importante l’avvio di una campagna per far emergere il sommerso”. Lo sottolinea Massimo Colombo, direttore della Divisione di Gastroenterologia della Fondazione Irccs Policlinico di Milano, alla presentazione oggi nel capoluogo lombardo della Campagna ‘L’epatite C’è’, al via dal 1 ottobre nella penisola, in coincidenza con la Giornata mondiale di sensibilizzazione dell’epatite. Con lo slogan “Il tuo fegato non dimentica nulla” la campagna - firmata da EpaC Onlus, l’associazione italiana di pazienti e medici impegnati contro la malattia - punta proprio a promuovere la diagnosi precoce dell’epatite C e a raggiungere gruppi di italiani a rischio, che non si sono mai sottoposti alla semplice analisi del sangue necessaria a riconoscere il virus. “In Italia si stimano ogni anno

10.000 morti dovute a complicanze della malattia - sottolinea Ivan Gardini, presidente dell’associazione - Per evitare simili tragedie puntiamo a informare gli italiani, senza inutili allarmismi, dell’esistenza di gruppi a rischio, che hanno maggior probabilità di aver contratto il virus o sviluppato una malattia spesso silente per anni. Chi si riconoscesse in una delle categorie segnalate è invitato a rivolgersi al proprio medico, o a contattare il nostro numero verde (800.90.37.22),

attivo dal 2 ottobre, per chiedere maggiori informazioni”. Oltre al

numero verde la campagna prevede la distribuzione di opuscoli

informativi a bordo dei treni regionali e nazionali, pubblicità sui

quotidiani e spot sulle reti Mediaset.

 

 

 

Trapianti: terapia genica diventa arma anti-rigetto cronico

La terapia genica diventa una nuova arma per combattere il rigetto cronico, l'ultimo ostacolo per il pieno successo nei trapianti. Ad aprire la nuova strada è lo studio italiano condotto nel Dipartimento di Medicina molecolare dell'Istituto Mario Negri di Bergamo e pubblicato sul Journal of the American Society of Nephrology.
I risultati positivi ottenuti negli animali indicano la terapia genica come una strada molto promettente per risolvere uno dei grandi problemi legati ai trapianti. La novità è nel fatto che nell'organo trapiantato viene introdotto un virus reso del tutto inoffensivo che, come una navetta, trasporta un gene capace di regolare la reazione del sistema immunitario, rendendolo meno aggressivo soltanto nei confronti del nuovo organo. Questo significa che, contrariamente a quanto avviene con le terapie immunosoppressive, nel resto dell'organismo le difese immunitarie restano attive.
“È una grande novità e una speranza”, ha osservato il direttore del Mario Negri di Bergamo, Giuseppe Remuzzi. “Soltanto il nuovo organo viene infatti manipolato geneticamente e questo garantisce l'assenza di tossicità per tutti gli altri tessuti e organi così come per il sistema immunitario''.
Per la prima autrice della ricerca, Ariela Benigni, capo del dipartimento di Medicina Molecolare del Mario Negri di Bergamo, si tratta di una via semplice e sicura per combattere il rigetto cronico che, ha osservato, “È oggi il vero problema dei trapianti”. I farmaci antirigetto oggi disponibili riescono infatti a bloccare il rigetto acuto, ossia il rifiuto del nuovo organo che si può verificare entro un mese dal trapianto, ma non sanno contrastare il cosiddetto rigetto cronico, ossia il danno progressivo che si manifesta negli anni fino alla perdita della funzione del nuovo organo. Si calcola che chi fa un trapianto (di rene, cuore o fegato) ha oggi 90 probabilità su 100 di stare bene a un anno dall'intervento, ma sui risultati a lungo termine pesa l’incognita del rigetto cronico.
La soluzione sperimentata con successo in Italia si basa sul gene che produce una proteina capace di ridurre l'attivazione del sistema immunitario responsabile del rigetto in modo intelligente, ossia esclusivamente dove serve. La proteina, indicata con la sigla CTLA4Ig, è stata trasferita nel rene del donatore prima del trapianto, trasportata a bordo di un “veicolo” molecolare: un virus vagamente simile a quello del raffreddore e reso completamente inoffensivo. Dopo questi risultati positivi sui topi, i ricercatori contano di cominciare presto nuovi test sui primati, per poter passare all'uomo in tre-cinque anni.

Fonte
ANSA

 

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Fatica acuta a seguito di trapianto di fegato: incidenza e impatto sulla qualità di vita

Un senso generale di forte affaticamento e di stanchezza diffusa è esperienza frequente dopo il trapianto di fegato. Un nuovo studio trasversale, i cui risultati sono stati pubblicati su Liver Transplantation, ha indagato incidenza, eziologia, gravità e fattori di influenza della stanchezza acuta nei pazienti trapiantati.
La ricerca ha osservato 96 pazienti che avevano ricevuto un trapianto di fegato fino a 15 anni prima.
Gravità e caratteristiche della stanchezza sono stati valutati rispettivamente attraverso la Fatigue Severity Scale (FSS) ed il Multidimensional Fatigue Inventory.
Età, sesso, causa del trapianto, tipologia della terapia immunosoppressiva, tempo trascorso dal trapianto, qualità di vita correlata allo stato di salute (HRQoL), problematiche riportate, sono stati analizzati e messi a confronto come possibili fattori associati.
Il 66% dei pazienti evidenziava affaticamento (FSS 4,0) ed il 44% affaticamento grave (FSS 5,1).
La stanchezza era principalmente di carattere fisico con riduzione e difficoltà nelle attività quotidiane piuttosto che una fatica mentale con perdita di motivazione e depressione.
Età, sesso e HRQoL risultavano variabili correlate alla gravità della fatica.
I risultati dello studio, affermano gli autori, dimostrano che quello della stanchezza acuta è un problema rilevante nei trapiantati di fegato e incide notevolmente sulla loro qualità di vita.
Trattandosi principalmente di disturbi di natura fisica diventa quindi importante mettere a punto strategie riabilitative adeguate che mirino a ridurne la gravità restituendo il paziente ad una vita attiva e soddisfacente.

Bibliografia
Van den Berg-Emons R, Van Ginneken B, Wijffels M, et al. Fatigue is a major problem after liver transplantation.
Liver Transpl 2006, 9 marzo. [abstract]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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CUORE RIPARATO CON IL TRAPIANTO DI CELLULE DEL MUSCOLO DI UNA COSCIA.

Eccezionale intervento a Udine: cellule del muscolo di una coscia sono state trapiantate nel cuore di un uomo colpito da infarto.

La nuova tecnica, ancora sperimentale, prevede il prelievo di un pezzetto del muscolo della coscia che, una volta lavorato, viene trapiantato nel cuore dello stesso paziente, sulla cicatrice lasciata dall' infarto. L' intervento, eseguito sei mesi fa, punta a far crescere queste nuove cellule e far nascere nuovo tessuto contrattile, come hanno spiegato i medici del Dipartimento di Scienze cardiopolmonari diretto da Ugolino Livi che, insieme ad altri tre Centri italiani (Milano, Treviso e Genova), fa parte di un più ampio studio multicentrico internazionale. E tra pochi giorni, sempre a Udine, un secondo paziente sarà trattato con la stessa metodica.

L' annuncio nel corso di un incontro scientifico, presieduto da Fabrizio Bresadola, promosso per celebrare il traguardo dei 1.000 trapianti di organo (cuore, rene, pancreas e fegato) effettuati in Friuli Venezia Giulia, insieme ai 20 anni del primo trapianto di cuore, eseguito a Udine il 23 novembre del 1985. La manifestazione rientra nelle celebrazioni per ricordare il primo cuore nuovo italiano, il 14 novembre del 1985: esattamente venti anni dopo a Padova sono previste iniziative scientifiche e sociali che mirano a parlare agli italiani di donazione degli organi e trapianti. "Festeggiamo ventanni dal primo trapianto di cuore eseguito ad Udine con una nuova sfida - dice Ugolino Livi - che rappresenta anche il primo passo verso una concezione innovativa dei trapianti: domani gli organi solo danneggiati potrebbero essere prelevati, aggiustati e nuovamente impiantati nei pazienti. In questo modo gli organi da donatore - aggiunge Livi - potranno essere utilizzati in quei pazienti che non hanno altre chance terapeutiche".

Il primo passo è già stato compiuto. "Sei mesi fa - prosegue Livi - abbiamo trattato un uomo che aveva subito un infarto con una doppia tecnica: contemporaneamente alla seduta operatoria con by-pass e metodiche tradizionali, abbiamo adottato anche questa via innovativa, impiantandogli cellule prelevate dalla sua stessa coscia. Abbiamo prelevato da un muscolo della coscia un piccolissimo frammento, ricco di cellule chiamate mioblasti. Questo campione è stato inviato ad un laboratorio specializzato di Boston, dove le cellule sono state adeguatamente lavorate e rese iniettabili con una siringa. Tre settimane dopo Boston ci ha fatto riavere le siringhe e, nella seduta operatoria tradizionale, abbiamo iniettato le cellule della coscia sulla parete del cuore, nella zona resa necrotica dall'infarto e ormai cicatrizzatasi. Abbiamo quindi trapiantato sul cuore cellule prelevate dalla coscia dello stesso paziente. Queste cellule sembrano sopravvivere, moltiplicarsi e collegarsi fra loro - aggiunge - in modo da creare un nuovo tessuto contrattile e, quindi, andare a sanare quella parte morta, necrotica a seguito dellinfarto. A giorni - prosegue Livi - sottoporremo il paziente a una nuova visita e, a breve, un altro uomo subirà lo stesso intervento. Il medico e la sua equipe si dicono molto orgogliosi di far parte di questo studio multicentrico mondiale. Ci sembra il modo migliore per onorare i festeggiamenti di questi giorni in Friuli Venezia Giulia. Siamo una regione dai piccoli numeri per quanto riguarda la demografia - riflette Livi - ma dai grandissimi numeri in termini di donazioni e di trapianti. Se è stato possibile raggiungere questi risultati fino ad oggi è grazie alla cultura della donazione della popolazione di questa regione e alla grande organizzazione sanitaria".

FONTE:AIDO NAZIONALE

 

 

UN ALTRO IMPORTANTE PASSO NEL CAMMINO PER LA RINASCITA DELLA VITA CON UN TRAPIANTO.

Soci e pazienti dell’Associazione Sarda TrapiantiVITA NUOVA Alessandro Ricchi” nel ringraziare la famiglia del donatore degli organi è riconoscente per il grande risultato raggiunto dalle due equipe mediche dell’Ospedale Brotzu ed auspica il raggiungimento di sempre più avanzati progressi.

Un augurio al giovane trapiantato per una pronta guarigione ed un gioioso reinserimento nella vita quotidiana.

SARDEGNA OGGI

venerdì, 23 settembre 2005

Primo trapianto combinato Pancreas-rene

in Sardegna

Il primo trapianto combinato pancreas-rene in Sardegna è stato effettuato all'Azienda Ospedaliera Brotzu di Cagliari. Dopo cinque ore di intervento il giovane che ha ricevuto i due organi si trova in prognosi riservata nel reparto di rianimazione. Dallo stesso donatore sono stati anche prelevati il fegato, l'altro rene e il cuore, che sono stati dati a due pazienti di Torino e Roma, che attendevano per l'operazione.

CAGLIARI - Dopo cinque ore di intervento chirurgico, questa sera alle 17, due differenti equipe mediche dell'Ospedale “Brotzu” di Cagliari hanno portato a termine il primo trapianto combinato pancreas-rene in Sardegna su un ragazzo di 33 anni che ora si trova in prognosi riservata che verrà sciolta non prima di 24-48 ore.

Si tratta del primo trapianto di questo tipo nell'Isola dopo l'autorizzazione concessa dalla Regione Sardegna ad effettuare un intervento combinato dei due organi. Il pancreas è stato trapiantato dall'equipe medica guidata da Fausto Zamboni, mentre il rene da quella coordinata da Mauro Frongia.

Il donatore è un ragazzo di 32 anni di Assemini deceduto in seguito alle conseguenze di un incedente stradale risalente a due giorni fa. La grande sensibilità dei familiari del giovane ha permesso non solo il trapianto combinato pancreas-rene a Cagliari, ma anche di donare il fegato e il rene ad un paziente del Centro Trapianti di Torno, del dott. Mauro Salizzoni, e il cuore ad un altro del San Camillo di Roma.

Fabrizio Fois

 

Iglesias 23 Novembre 2005

 

Onorevoli Presidenti dei Gruppi Consiliari

della Regione Sardegna,

 

 

BOZZA DI PROPOSTA DI LEGGE

   Nuove norme per le provvidenze a favore dei

TRAPIANTATI DI ORGANI E TESSUTI

Premessa.

“Le attività di prelievo e di trapianto di organi, tessuti e cellule sono una realtà sempre più significativa anche nella casistica di questa regione.

I trapianti d’organo rappresentano un attività clinica consolidata che garantisce sopravvivenza e qualità di vita. Nel 2004 in Sardegna sono stati segnalati 30 donatori per milione persone, con una tendenza all’aumento che secondo le prime stime del 2005 collocherebbero la Regione al di sopra della media nazionale.” (Piano sanitario Regionale in approvazione)

 

 

Dai dati delle tabelle si evidenzia come la popolazione interessata al trapianto di organo non riguarda il solo trapianto di rene ma si sono aggiunti i trapianti cosiddetti “salvavita” che riguardano il cuore ed il fegato. Qui di seguito riportiamo i trapianti, da cadavere, eseguiti in Sardegna dal 1993 al 2004:

 

RENE                                     473                  80%

CUORE                                 104                  17%

FEGATO(5 mesi di attività)     15                    3%

 

TOTALE TRAPIANTI                       592

 

I sussidi fin qui concessi, dalla normativa corrente, ai pazienti nefropatici e trapiantati di rene non ha tenuto minimamente conto delle esigenze alquanto vitali degli altri pazienti interessati da gravi patologie come le cardiopatie e le epatopatie, dove il trapianto spesso è l’unica terapia che consente la rinascita a vita nuova.

Da qui discende la improcrastinabile ed urgente necessità di un intervento legislativo che estenda i sussidi anche ai cittadini sardi che si trovano in analoghe condizioni e sono costretti a mendicare una assistenza per realizzare il diritto sacrosanto della salute.

La presente proposta dei malati tende perciò ad esigere il soddisfacimento del giusto diritto, sancito dalla costituzione, ed a realizzare una operazione di giustizia nei confronti di persone deboli e talvolta senza voce.

 

Ci permettiamo perciò di suggerire al legislatore regionale e per esso al Consiglio Regionale della Sardegna, attraverso l’iniziativa dei gruppi consiliari, una Modifica alla legge regionale 8 maggio 1985, n. 11: “Nuove norme per le provvidenze a favore dei nefropatici” che includa tutti i pazienti.

Sulla falsariga della legge di cui al precedente paragrafo presentiamo una bozza  lasciando al legislatore la stesura e la condivisione definitiva

IL PRESIDENTE

(Giampiero Maccioni)

 

 

OPUSCOLI  CAMPAGNA NAZIONALE

2005/2006

http://www.daivaloreallavita.it/opuscolo_0506.pdf

 

 

 

Chirurgo dei trapianti di fama internazionale, Ignazio R. Marino è il Direttore della Divisione Trapianti e Chirurgia Epato-Biliare del Thomas Jefferson University Hospital e Professore di Chirurgia al Jefferson Medical College della Thomas Jefferson University.

Ad oggi, il Prof. Marino ha eseguito personalmente più di 650 trapianti d’organo e ha pubblicato oltre 500 articoli scientifici e 3 libri. Arriva a Jefferson dall’University of Pittsburgh Medical Center e dall’Italia dove ha diretto l’ Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad Alta Specializzazione, nato dalla joint venture fra l’University of Pittsburgh Medical Center e il Governo Italiano.

 

Il libro del Prof. Marino offre una profonda riflessione per la crescita della "nuova frontiera" della Sanità con la riscoperta del rapporto medico-paziente:

Offro alcuni spunti di riflessione tratti dalla lettura del testo.

Giampiero Maccioni

 

Credere nella scienza, nelle opportunità di curare le malattie,di restituire la salute. Credere nella medicina come missione, nella quale il medico mette le proprie competenze al servizio degli altri. Ma anche credere in un Dio e nella possibilità di testimoniare la propria fede nell'esercizio della professione medica. È possibile tenere insieme tutto questo? E possibile credere e curare? Ignazio R.Marino, da medico e da credente, si interroga sui limiti di una professione in piena crisi d’identità. Stretta tra il dominio della tecnologia e la rigidità delle regole di mercato, tra la perdila di umanità nel rapporto con i pazienti e il peso dei grandi temi bioetici. Come reagisce chi ha scelto di fare il medico per conoscere le malattie ma soprattutto per volontà di impegno a favore del prossimo? La fede può avere un ruolo e contribuire ad una svolta? Quale futuro attende i medici di domani?

Tra esperienze personali e riflessioni maturate in venticinque anni di lavoro sul campo. in Europa e negli Stati Uniti, Marino guarda allo smarrimento che sembra avere preso la medicina contemporanea. Un'incertezza che rischia di snaturarne l'essenza, mettendo a dura prova anche il più

fedele dei seguaci di Ipocrate.

 

Credere e curare       Pag.19

 

A New York, come a Boston o a San Diego, la giornata di un medico inizia intorno alle sei del mattino con l'analisi di quanto è accaduto durante la notte ai pazienti ricoverati. Si scorrono i dati forniti dal laboratorio sul computer di casa mentre si beve il caffè e si prendono le prime decisioni che saranno discusse poco piú tardi alla riunione clinica del mattino. Tutti intorno a un tavolo, i più giovani con fogli pieni di appunti e ognuno, medici, infermieri, tecnici, con il proprio punto di vista e la propria visione. Forse è il momento pi í intenso della giornata. Poi si passa a un primo rapido giro in reparto per vedere solo i malati piú gravi e quindi in sala operatoria o in

ambulatorio, secondo la specializzazione. Il primo pomeriggio viene sfruttato per le riunioni, dopodiché il vero giro di visita e di seguito le attività di ufficio, un'occhiata alle e-mail e più tardi, spesso, invece che leggersi un articolo scientifico ci si deve occupare di amministrazione. Si spendono ore intere a riempire i moduli che le assicurazioni private pretendono per rimborsare le parcelle dell'ospedale. Ogni visita, procedura, terapia, deve essere documentata non solo nella cartella clinica del paziente ma su apposite schede verdi, le billing cards, che alla fine del mese vengono raccolte tutte assieme e inviate all'ufficio che si occupa della contabilità. Almeno il venti per cento del tempo di una giornata lavorativa di ogni medico viene speso in questo tipo di mansioni invece che in attività clinica o scientifica. Alle sei di sera solitamente si stacca ma i malati continuano a essere monitorati dato che i medici hanno ormai accesso alla cartella clinica elettronica dei pazienti anche da casa, tramite una semplice connessione a ínternet.

Certo il rapporto del medico con il paziente non ci guadagna dato che il tempo reale passato con ognuno di loro non supera i cinque, al massimo dieci minuti al giorno, e se i risultati clinici sembrano non risentirne troppo, il contatto umano quasi scompare. I1 sistema è perverso.

 

Il rendimento infatti non si valuta su quanti pazienti vengono curati e guariscono, ma sul numero di cartoncini verdi che si consegnano all'amministrazione alla fine del mese. Piú numerose saranno le billing cards accumulate e più saranno cospicui gli incentivi economici legati allo stipendio, le promozioni, i fondi per la ricerca, ecc.

 

Nessuno si chiede come stanno i pazienti, se sono guariti o se invece sono morti e alla fine chi si interessa di questi

«dettagli» sono solo i malati e i loro familiari che, è comprensibile, non sviluppano un senso di empatia con questi medici, bravi ed esperti ma umanamente distanti, e sono pronti invece a denunciarli non appena viene a galla il benché minimo problema.

I1 rapporto tra il medico e il paziente è praticamente inesistente ed è sorprendente come tutto questo abbia assunto ormai una valenza positiva, soprattutto tra i piú giovani i quali, data la carenza di modelli diversi a cui ispirarsi, attribuiscono alla perdita di umanità e alla meccanicità mascherata da ef-ficienza un valore aggiunto.

(La mia esperienza personale di paziente, tranne quella particolarissima del mio cardiocardiochirurgo scomparso tragicamente, unita alla conoscenza dei pazienti sardi ed italiani mi conferma con rammarico in questa realtà spesso sottovalutata se non colpevolmente  nascosta ...)

 

Ignazio R. Marino un chirurgo di fama mondiale, specialista in trapianti d’organo. Formatovi all'università Cattolica di Roma, si è trasferito,prima in Inghilterra c poi negli Stati Uniti. Vive a Filadelphia

dove dirige il centro trapianti della Thomas Jefferson University. Da molti anni è impegnato nella riflessione su medicina e bioetica scrive su Repubblica e cura una rubrica mensile sull'Espresso.

 

Una nuova terapia per bloccare il rigetto dei trapianti

Roma, 21 aprile 2005

Pubblicati su Transplantation i risultati di uno studio condotto dai ricercatori dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù che, per la prima volta, dimostra i meccanismi e l'efficacia della fotoferesi, una nuova terapia che attiva la tolleranza immunologica contro il rigetto post-trapianto d'organo, alternativa all'uso dei farmaci immunosoppressori, senza però compromettere la resistenza dell'organismo alle infezioni. 

La scoperta apre nuovi scenari anche per pazienti affetti da patologie autoimmuni e per gli allergici.

 È targata Ospedale Pediatrico Bambino Gesù la scoperta del meccanismo di attivazione della fotoferesi cellulare, un processo terapeutico in grado di consentire all'organismo di chi riceve un organo, grazie a un trapianto, di "tollerarlo" bloccando i possibili meccanismi di rigetto, fino ad oggi arginabili solo grazie all'uso di farmaci immunosoppressori, dai pesanti effetti collaterali tossici. Lo studio è pubblicato sull'ultimo numero della prestigiosa rivista scientifica Transplantation.

 Il trapianto consiste nella sostituzione di un organo non più funzionante, perché distrutto da una malattia o da una malformazione, con uno sano ottenuto da un donatore. La differenza genetica tra il donatore e il ricevente rimane ancora oggi un grosso problema. Solo se il donatore è gemello identico del paziente, il trapianto attecchisce immediatamente. Ma questo non si verifica nella stragrande maggioranza dei pazienti che 'ricevono' un organo da un donatore. Trovare un donatore identico (come se fosse un gemello) è estremamente difficile, se non impossibile, per cui si cerca il donatore più "compatibile", cioè geneticamente più simile al ricevente. Tuttavia, il sistema immunitario riconosce anche la pur minima estraneità dell'organo trapiantato e cerca di eliminarlo, causando talvolta il drammatico evento del rigetto acuto e più frequentemente i sintomi lentamente progressivi del rigetto cronico. E' per questo che è necessario somministrare farmaci immunosoppressori, al momento l'unico rimedio insostituibile per evitare il rigetto dell'organo trapiantato. Gli immunosoppressori, che attualmente devono essere somministrati per il resto della vita del 'ricevente', hanno però anche effetti collaterali tossici, particolarmente pesanti nei bambini.

 L'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù - punto di riferimento a livello internazionale per la salute dei bambini e dei ragazzi, in particolar modo per quanto attiene i trapianti d'organo pediatrici - da qualche anno ha iniziato a trattare i piccoli pazienti con la fotoferesi, una terapia già sperimentata negli Stati Uniti sugli adulti nel trapianto di cuore e rene. Questa metodica, nonostante l'efficacia, è ancora poco usata, perché, fino ad oggi, non erano noti i meccanismi cellulari alla base degli effetti immunomodulanti. In altre parole, sembrava funzionasse, ma non si sapeva bene perché. Lo studio, condotto dai ricercatori e dai medici del Bambino Gesù, ha finalmente chiarito il mistero: la fotoferesi induce una situazione di tolleranza immunitaria, cioè riduce la reattività del sistema immunitario verso l'organo trapiantato, senza però influire sulla sua capacità di resistere alle infezioni. Il meccanismo cellulare consiste nell'aumento di una popolazione di cellule recentemente identificate e chiamate cellule T regolatorie (Treg). Le Treg si trovano ad una frequenza molto bassa in tutti gli individui normali ed hanno la funzione di mantenere la tolleranza, cioè la non-reattività, contro i costituenti normali dell'organismo. Nel topo è stata dimostrata la loro importanza nella modulazione del rigetto di trapianto d'organo ed anche nel mantenimento della gravidanza, una situazione nella quale il feto rappresenta il tessuto estraneo, diverso (per il 50%) geneticamente dalla madre. Al contrario degli immunosoppressori, che indeboliscono la funzione del sistema immunitario nel suo complesso, contro il trapianto ma anche contro le infezioni, le Treg non influenzano la difesa contro i germi patogeni, permettendo all'organismo di continuare a reagire contro batteri e virus. Si aprono ora importanti scenari sul ruolo delle Treg nelle malattie autoimmuni e nelle allergie, due condizioni che potrebbero beneficiare in futuro del trattamento con fotoferesi  ed essere positivamente influenzate dall'aumento della funzione inibitoria delle Treg. Lo studio del Bambino Gesù dimostra per la prima volta che è possibile modulare il numero e la funzione delle cellule Treg nell'individuo trapiantato, usando la fotoferesi. Sperimentazioni sono già in corso per stabilire le modalità più efficaci di trattamento. Lo scopo ultimo della ricerca è di capire se sarà mai possibile sostituire, o almeno ridurre in maniera sostanziale, i farmaci immunosoppressori nei pazienti trattati con la fotoferesi ed ottenere così una tolleranza quasi fisiologica, che non comprometta le difese immunologiche, che sono la nostra "artiglieria pesante" contro gli agenti infettivi, così pericolosi specialmente dopo un trapianto. Il trattamento con la fotoferesi è ben tollerato, i suoi effetti benefici si mantengono per parecchi mesi e può essere ripetuto senza rischi.

A  U  G  U  R  I
di Buon Natale
e felice Anno 2006

 

"Gesù nacque a Betlem. Nell’albergo non trovarono un posto adatto. Sicché dissero di andare in aperta campagna, in una grotta o in una capanna. Era una notte fredda. Gira di qua gira di là, trovarono una grotta abbandonata. V’era una mangiatoia e della paglia.

don Lorenzo Milani

Gloria a Dio nell'alto dei cieli
e PACE in terra
agli "uomini  di buona volontà"
         
ASSOCIAZIONE SARDA TRAPIANTI
Alessandro Ricchi

 



Dott. Salvatore Ricca Rosellini al centro